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Cahiers antispécistes n°23 -

Su La Natura di John Stuart Mill

Traduzione: Brunella Bucciarelli

La nozione di natura non può farci da guida morale. Richiamo di questo semplice principio in occasione della pubblicazione della traduzione francese di La Nature di J.S. Mill.

La Natura [1] è un saggio di filosofia morale [2]. Mill si propone di esaminare «la verità delle teorie che fanno della Natura il banco di prova del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male o che, in qualsiasi modo o misura, attribuiscono merito o approvazione al seguire, imitare e obbedire la Natura» (p. 19). L’argomento gli sembra importante, dato che l’idea di natura è onnipresente nei discorsi normativi. Ciò che è naturale è buono, sostengono da secoli gli uomini. Di fatto, nota l’autore, il loro atteggiamento è più ambiguo: a volte denunciano indignati ciò che reputano contro-natura, altre volte ammirano le conquiste che hanno permesso all’umanità di sfuggire ai rigori della sua condizione primitiva, denigrando con ciò stesso l’ordine spontaneo della natura. Questa constatazione è tutt’ora così valida che non possiamo restare indifferenti al problema posto da Mill, né alla sua risposta: «L’essere conforme alla Natura non ha alcuna connessione con il giusto o con l’ingiusto» (p. 50).

Mill dimostra che la regola «obbedire alla natura» non può costituire il fondamento della morale. La ragione che egli ne da è ad un tempo semplice e potente: tale precetto deve essere rifiutato in quanto privo di senso. Per rendersene conto basta considerare con attenzione il significato del termine «natura». Esso ha due principali accezioni: «o esso denota l’intero sistema delle cose, con l’aggregato di tutte le loro proprietà, oppure denota le cose come sarebbero, prescindendo dall’intervento umano» (p. 51).

La natura come «intero sistema delle cose»

Nella prima accezione, la natura non è altro che la realtà nel suo insieme, quella realtà di cui le scienze si sforzano di comprendere i meccanismi formulandone le leggi (fisiche, biologiche…), talvolta riunite sotto la denominazione di «leggi della natura».

Ma se si intende il termine Natura in questo significato, non vi è alcun bisogno di raccomandare di agire secondo la Natura, poiché è proprio ciò cui nessuno può sottrarsi, sia che agisca bene, sia che agisca male. […] Il richiedere alle persone di conformarsi alle leggi della Natura, quando esse non hanno alcun potere all’infuori di quelli forniti dalle leggi della Natura, quando è per loro fisicamente impossibile il fare la minima cosa se non attraverso qualche legge della natura, risulta un’assurdità (pp. 20-21).

L’agricoltura biologica, la coltivazione di OGM, la clonazione, guidare l’automobile, la pesca, l’infibulazione, la contestazione dell’infibulazione e qualsiasi altra azione non possono essere giudicate in base al loro grado di conformità con la natura. Tutte integralmente fanno parte della natura, nel primo senso del termine, e vengono effettuate nel totale rispetto delle sue leggi.

Si può invece raccomandare di conoscere la natura. Questa prescrizione non è inutile poiché costituisce una condizione di efficacia dell’azione. Bisogna conoscere le proprietà delle cose e le relazioni fra le diverse componenti della realtà per poter valutare correttamente le conseguenze dei propri atti e raggiungere i propri fini.

Pertanto, se l’inutile precetto di seguire la Natura si cambiasse nel precetto di studiare la Natura, di conoscere e di prestare attenzione alle proprietà delle cose con cui abbiamo a che fare, in quanto queste proprietà siano in grado di favorire o di ostacolare un certo scopo, noi saremmo giunti al primo principio di ogni azione intelligente, o meglio alla definizione dell’azione intelligente stessa (p. 22).

Ma, aggiunge Mill, il precetto «conoscere la natura» non ha alcun contenuto morale. Designare un’azione come giusta è diverso dal designarla come intelligente, e coloro che invocano come guida di una condotta retta l’obbedienza alla natura, non hanno in effetti in mente nessun principio di razionalità strumentale. Sapere che è più facile costringere qualcuno a parlare spezzandogli le dita piuttosto che cantandogli una ninna-nanna non dice nulla sulla legittimità della tortura.

La natura contrapposta all’artificio

In un secondo significato, naturale si oppone ad artificiale [3]. La natura non designa allora la realtà nel suo insieme, ma solo quella parte che di essa esiste o si produce senza l’intervento umano. Neanche questa accezione, così come la prima, permette di fondare un obbligo morale sulla conformità alla natura. Infatti tutte le azioni umane sono, per definizione, un’ingerenza nello stato naturale delle cose: «Lo scavare, l’arare, il costruire, il vestirsi, sono dirette trasgressioni dell’ingiunzione di seguire la Natura» (p. 23). Di conseguenza è impossibile basare l’etica umana sul rispetto della natura (salvo, forse, considerare il suicidio come unico atto moralmente accettabile).

Un tale precetto non solo è assurdo, ma anche del tutto contrario alla nostra concezione del bene. Mill non trova nella natura né una fonte di felicità, né un’armonia spontanea, né l’origine di punizioni utili o meritate:

La vera verità è che quasi tutte le cose per cui gli uomini vengono impiccati o imprigionati quando le commettono l’uno verso l’altro, sono azioni quotidiane della Natura (pp. 28-29).

La natura stermina senza rimorso quelli dalla cui esistenza dipende il benessere di un intero popolo […], come stermina coloro la cui morte è per essi un sollievo, o una benedizione per quelli che ne subiscono la nociva influenza (p. 29).

L’anarchia ed il regno del Terrore sono superati in ingiustizia, rovina e morte, dagli uragani o dalle pestilenze (p. 30).

Non si tratta di sostenere che la natura è sempre cattiva. Quello che si vuole sottolineare è che il dolore dell’agonia, le carestie, le malattie e le altre catastrofi naturali sono percepite come dei mali enormi, e che la gratitudine degli esseri umani verso tutti i mezzi inventati per difendersi da essi, dimostrano come nessuno in effetti usi in modo sistematico il criterio di conformità alla natura come fondamento dei propri giudizi morali. Nessuno desidera veramente che la natura venga seguita in ogni suo aspetto, ma «gli uomini non rinunciano tuttavia volentieri all’idea che almeno qualche parte della Natura debba venir intesa come esempio o tipo» (p. 37). Il dosaggio di queste due attitudini obbedisce ad una logica misteriosa, che Mill sospetta essere priva di fondamento razionale:

Non è mai stato stabilito da nessuna dottrina accreditata, quali particolari sezioni dell’ordine naturale debbano reputarsi intese a nostra guida ed istruzione morale; e, di conseguenza, sono state le predilezioni individuali di ogni singola persona, o le convenienze del momento a decidere… (p. 37).

Il rispetto dell’ordine naturale non può legittimare l’imitazione di certi aspetti della natura ad esclusione di altri. Tuttavia si fa appello a questo criterio sempre in modo selettivo. Di conseguenza, quando qualcuno invoca un tale argomento per appoggiare una qualsiasi norma, la vera spiegazione della posizione che egli vuole difendere va cercata altrove.

Perché si crede che la natura comanda e punisce?

Mill avanza un ipotesi di spiegazione delle ragioni (storiche, psicologiche…) per le quali il precetto «seguire la natura» esercita una tale attrattiva, e dei motivi che conferiscono un’apparenza di credibilità ai discorsi che le sostengono.

Fa notare ad esempio che l’ammirazione suscitata dalla complessità e dalla forza dei fenomeni naturali è un fattore che porta a confondere un’emozione estetica con un giudizio morale.

Mostra come la confusione fra descrittivo e prescrittivo si sia mantenuta giocando sui due significati della parola legge, la quale designa sia una regolarità che un comando. Le «leggi della natura» scoperte dalle scienze sono, secondo i termini di Mill «delle uniformità di coesistenza e di successione che si osservano nei fenomeni dell’universo» [4] (per esempio la legge di gravità). Nulla di ciò che sia posto nel loro campo di azione può sottrarvisi. Invece le leggi di cui si occupano il diritto o la morale sono ingiunzioni ad agire in un certo modo. Si può scegliere di seguirle o meno. La maggior parte dei discorsi che prescrivono agli uomini il rispetto delle leggi di natura è basata sullo slittamento fra i due sensi del termine legge, con la conseguenza assurda di lasciar intendere che vi sia «una stretta relazione, se non addirittura una identità assoluta, fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere» (p. 20).

Infine, Mill analizza il ruolo svolto dal sentimento religioso.

La coscienza che qualsiasi cosa l’uomo faccia per migliorare la propria condizione è in quanto tale una censura e un’opposizione all’ordine spontaneo della Natura ha fatto sì che in tutti i tempi i tentativi nuovi e senza precedenti di miglioramento fossero generalmente posti sotto un’ombra di sospetto da parte delle religioni; come se si trattasse di atti in ogni caso poco riguardosi, e molto probabilmente offensivi verso gli esseri potenti (o, quando il politeismo fece posto al monoteismo, verso l’Essere onnipotente) che si supponevano governare i diversi fenomeni dell’universo, e dalla cui volontà si concepiva dipendere il corso della Natura (p. 24 ).

Segue un attacco in piena regola ai tentativi di giustificare le disgrazie naturali con i vantaggi che si suppone ne derivino. Certo, i legami di interdipendenza fra i fenomeni sono così numerosi che, fra le conseguenze immediate o remote di un qualsiasi avvenimento, è molto probabile che se ne trovino sia di buone che di cattive. In ogni modo è indimostrabile, e probabilmente falso, che il male produca in genere un bene maggiore. Del resto,

Supponiamo che, contrariamente alle apparenze, questi orrori, quando sono perpetrati dalla Natura, promuovano dei fini buoni, tuttavia poiché nessuno crede che noi perseguiremmo dei fini buoni se seguissimo tali esempi, il corso della Natura non può essere per noi un buon modello da imitare. O è giusto dire che dovremmo uccidere perché la Natura uccide, torturare perché la Natura tortura, rovinare e devastare perché la Natura fa altrettanto; oppure non dovremmo considerare per nulla ciò che la Natura fa, ma ciò che è bene fare (p. 30).

L’affermazione secondo la quale i mali naturali sono in realtà degli enormi benefici deriva per la maggior parte dallo sforzo disperato dei fedeli di sbarazzarsi del paradosso del male (Come può un Dio di bontà permettere la sofferenza degli innocenti?). Come anche l’ostinazione, contro ogni evidenza, nel ritenere che la creazione sia sempre buona, essendo opera di Dio [5].

Se la decima parte degli sforzi che si sono spesi per trovare degli adattamenti benevoli in tutta la natura, fossero stati impiegati nel raccogliere le prove per diffamare il carattere del Creatore, quale vasta messa di argomentazioni si sarebbe trovata nell’esistenza degli animali inferiori, divisi, salvo rarissime eccezioni, in divoratori e divorati, preda di migliaia di mali di fronte a cui vennero negate loro le facoltà per proteggersi! (p. 47 ).

Un antidoto perfetto da perfezionare

Il saggio di Mill non si occupa particolarmente degli animali. Dovrebbe però figurare nella cassetta degli attrezzi di ogni militante animalista. È un rimedio straordinario per contrastare le obiezioni che gli vengono quotidianamente rivolte (magiare carne è naturale, la caccia è naturale…). È anche un antidoto che dovrebbe somministrare a se stesso quando è tentato di farsi sedurre dal favore di cui gode la glorificazione della natura, e dall’idea di trarne un vantaggio per gli animali. Che siano o meno popolari, dei cattivi argomenti restano cattivi argomenti.

La dimostrazione che Mill dà della vacuità del precetto di «seguire la natura» è perfetta. E nonostante ciò l’esperienza dimostra che contro tutti quelli che usano il termine «naturale» come sinonimo di «bene» [6], essa non è sufficientemente convincente. Costoro non sono in grado di contestarla, ma se ne liberano in modi talmente sconclusionati che non c’è speranza di riportarli sul terreno della logica. Quando si confuta il valore normativo della conformità alla natura, di solito ci si trova di fronte a riflessioni quali: «tu ti credi Dio»; «ascolta la natura che è in te e ritroverai l’Armonia con l’Universo»; «l’agricoltura chimica avvelena la Terra e l’organismo»; o ancora: «Se preferisci il cemento e le marmitte di scappamento ai campi ed alle foreste, questo è affar tuo». Cosa si può rispondere a qualcuno che, quando gli fate notare che l’insalata non può servire come rasoio, ribatte: «certo, ma è più buona di una cravatta condita con l’aceto»? [7]

L’argomentazione di Mill non ha difetti sul piano razionale. Le resistenze che incontra dimostrano che la ragione non basta. Se una così gran folla si attacca ad un’idea manifestamente falsa, è senz’altro perché essa soddisfa dei bisogni psicologici che la costringono ad ingannarsi. Per combattere il miraggio secondo cui il «rispetto dell’ordine naturale», potrebbe fornire contenuto e giustificazione alla morale, bisogna capire e far capire ancora meglio le cause che lo provocano: analizzare le paure che tale miraggio serve a scongiurare e il reticolo serrato di credenze nelle quali si inserisce.

Una delle ragioni del fascino che esercita il «rispetto della natura» sta nel fatto che esso sembra fornire un fondamento oggettivo alla morale (i cui precetti sarebbero inscritti a chiare lettere nella realtà, o deriverebbero da un’autorità infallibile), risolvendo così in maniera illusoria un problema di per sé molto reale e terribilmente complesso. Il modo migliore di sbarazzarsi di una cattiva soluzione è quello di proporne una migliore. L’argomentazione sviluppata da Mill ne La Natura si basa fra l’altro sulla denuncia della fallacia naturalistica (naturalistic fallacy) [8]. Se fosse possibile aggirare l’interdetto di Hume, salvare la sua portata critica trovando nel contempo un modo di dedurre correttamente ciò che deve essere da ciò che è, allora si sarebbe trovato ad un tempo un metodo infallibile per stabilire il contenuto dei precetti etici e una giustificazione della morale che la porrebbe definitivamente al riparo da ogni relativismo. Forse si tratta di un’impossibilità logica. Il fatto che per secoli i filosofi non ne siano venuti a capo non è affatto incoraggiante. Tuttavia, se infine si trovasse un modo…

Notes

[1John Stuart Mill (1806- 1876 ), filosofo, economista, pensatore sociale e politico, Mill è una delle grandi figure intellettuali dell’Inghilterra del XIX secolo. Le sue opere complete (incluso l’epistolario) occupano 25 volumi nell’edizione realizzata da J.M. Robson. Essi comprendono in particolare i suoi testi più famosi (di cui esistono traduzioni in italiano): il Saggio su Bentham (1838); il Sistema di logica induttiva e deduttiva (1843); i Principi di economia politica (1848); il Saggio sulla Libertà (1859); le Considerazioni sul governo rappresentativo (1861); L’utilitarismo (1862); L’asservimento delle donne (1869); l’Autobiografia (1873); i Tre Saggi sulla religione (1874).

[2La Natura fu probabilmente scritto tra il 1854 e il 1858, ma fu pubblicato solo nel 1874 in un volume intitolato Tre Saggi sulla Religione. Le citazioni in italiano sono tratte dal volume Saggi sulla religione a cura di Ludovico Geymonat, Feltrinelli, Milano 1953-1987.

[3Nel suo saggio Mill analizza anche altre connotazioni associate ai termini «natura» o «naturale», le quali si rivelano parimenti incapaci di giustificare le norme etiche.

[4Citazione da un testo di Mill intitolato « Austin on Jurisprudence ».

[5Secondo Mill, se si vuol credere che un Dio esiste e che è buono, il solo modo coerente è ammettere che non è onnipotente.

[6Li si trova soprattutto nei gruppi biologici, ecologici, olistici, di medicina naturale, e presso quei credenti che ripetono le storture segnalate da Mill.

[7Non meno scoraggianti sono le reazioni di coloro che approvano fervidamente ciò che Mill non ha mai detto ma che essi hanno l’impressione di aver sentito. Costoro si reclutano di solito fra gli umanisti e le persone di sinistra. Di Mill essi sanno solo che «la natura è cattiva», cosa che traducono immediatamente con «la natura non esiste», e da questo parte un trionfale inno alla potenza della cultura (umana, si capisce) e l’affermazione per cui nella nostra specie nessuna costrizione di ordine biologico limita la plasticità dei comportamenti degli individui o la diversità delle organizzazioni sociali realizzabili.

[8Lo slittamento che si produce nei discorsi dei moralisti da ciò che è a ciò che deve essere, del quale David Hume ha fornito, nel terzo volume del suo Trattato sulla natura umana (1740), una critica rimasta celebre.